Bimbi, complicazioni e sfanculamenti
Quasi cinque anni fa nacque mio cuginetto Pico, figlio di mia zia da parte di padre. Angela, l’insegnante di danza.
A quel tempo frequentavo la sua scuola di danza e, in quanto allieva senior con 10 anni di esperienza dietro le spalle, quando fu ricoverata per rottura delle acque prematura e, in seguito, quando Pichetto fu trattenuto e messo in trasfusione in terapia intensiva neonatale, malgrado università, corsi ed esami, mi occupai io delle classi di prendanza e primo corso di danza classica, coreografando persino un balletto natalizio da presentare davanti ai genitori prima delle vacanze.
Risultato: la cugina di mia zia, che a quel tempo era segretaria ma che si immaginava pseudoinsegnantepedagogamaestradidanza, dovette raccontarle balle su balle, e il ringraziamento e l’abbraccio il giorno della rappresentazione se li prese lei. Come se fosse stato merito suo.
Così io finii senza esami, senza ringraziamento, senza riconoscimento da parte di mia zia. Le bimbe e le loro madri mi fecero un piccolo regalino, ma questa è un’altra storia, ed è l’unica cosa che nei miei ricordi riesce ad indorare la pillola.
E questo era lo sfanculameno numero uno.
Lo scorso anno a quest’ora, una persona che per tanto tempo ho considerato mia amica, e con la quale ora ci si parla a malapena, era in ospedale con la placenta rotta e in rischio di parto prematuro. Anche lei. Io passavo i miei giorni in laboratorio e ai corsi del primo anno di specialisica, appena iniziato. Non potevo attaccarmi al telefono, perché abitavo in casa d’altri e qui in Francia. Non potevo mettere la mia vita in stand-by, come hanno fatto altri. Avrei voluto, ma non potevo. Invece mandavo sms, pregavo, passavo notti insonni.
Tutto questo è servito a poco, poiché poco avevo fatto nei mesi precedenti, per tenermi stretta la mia amica.
Ancora una volta, le mie ragioni o i miei impegni hanno significato poco davanti al giudizio altrui, all’apparenza.
Questo è stato lo sfanculamento numero due, che possibilmente è stato ancora più bruciante.
Una settimana fa, l’unica cugina femmina che abbia da parte di padre, la Valentina, che ha 31 anni e con la quale non siamo mai state granché vicine, principalmente a causa dei rapporti da sempre difficili tra mio padre e sua madre, ha dato alla luce il suo primo bimbo.
Il piccolo Mathias, che oggi ha una settimana, è ancora in ospedale a causa di un’infezione contrata in clinica alla nascita. Lo hanno messo sotto antibiotici a lago spettro, l’infezione è parzialmente rientrata, poi ha ripreso virulenza. Allora si sono decisi a fare test più approfonditi e, dopo circa quattro giorni di attesa, hanno individuato il ceppo batterico, come mio padre mi ha comunicato pochi minuti fa via skype. Quindi ora dovrebbero essere capaci di curarlo come si deve, povera creatura.
Padre mi ha lasciato il numero della Valentina, chiedendomi di chiamarla per rassicurarla con la mia expertise derivante dai già-citati dodici CFU in microbiologia e patogenesi batterica.
E mi è venuto da pensare.
Com’è che i due sfanculamenti di cui ho parlato sopra hanno fatto così male, bruciato così tanto, lasciato un segno così indelebile?
E invece ora che mia cugina ha un bimbo con un’infezione nosocomiale per la quale mi si chiede “Che significa?” “Che ne pensi?” ad ogni telefonata che ricevo, mi sento… distante?
Mi sento distante. Lontana. E non c’entra nulla la distanza fisica, era lo stesso per lo sfanculamento numero due. Mi sento fuori dalla questione, esterna, come un medico che effettua una diagnosi (bleah.), non come una cugina che con le sue conoscenze mira a rassicurare genitori, parenti, zii e cugina neomamma.
C’è seriamente qualcosa che non va dentro di me.